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Corvèe

Corvée è un termine francese utilizzato nelle società feudali per indicare un tipo di prestazione di lavoro del vassallo o schiavo al  proprio signore tramite giornate di lavoro gratuito solitamente destinate alla coltivazione delle terre padronali.

Gli oltre 400 km di terrazze di muri  a secco di porfido realizzate nei secoli dai vassalli della Valle di Cembra hanno consentito di salvare un patrimonio singolare che conduce dai 250 metri di Mosana fino ai 1000 metri circa di Faver.

All’ interno di queste splendide logge si trovano anche i 14 ettari delle vigne dei soci che hanno dato vita a Corvée, un progetto di sostenibilità in una doc, quella del Trentino, con potenzialità ancora inespresse.

L’ obiettivo di Corvée è innanzitutto rivolto agli aspetti produttivi, attraverso la sostenibilità ambientale dell’ intera filiera in maniera tale che la pianta possa esprimere tutto il suo potenziale e, di conseguenza, raggiungere nei vini un livello qualitativo d’ eccellenza.

L’affermazione della viticoltura in Italia avviene ad iniziare da IX-VII sec. a.C. (età del Ferro) ad opera delle popolazioni egee, i greci fondatori delle colonie dell’Italia meridionale.

Agli Etruschi il merito di averla diffusa nelle regioni centro-settentrionali.

Documenti archeologici dimostrano la conoscenza del vino e la sua assunzione nella regione Trentino a partire da VI-V sec. a.C.

Si tratta di esemplari, integri o frammentati di brocche a becco, di olpi, oinochoe e hidrie, caratteristici recipienti di bronzo, facenti parte di prestigiosi servizi da mensa etruschi. Oggetti di ottima fattura provenienti dai centri manifatturieri della Toscana interna e diffusi attraverso i passi alpini anche a nord delle Alpi.

Documentazioni più strettamente legate al territorio padano-alpino orientale è offerto dall’arte delle situle, secchi metallici utilizzati in atti liberatori, devozionali e sacrali con presenza e somministrazione del prezioso liquido.

Degna di particolare e meritata attenzione è un coeva situla trentina, assai nota propria con riferimento al vino, la situla di Cembra.

Scoperta casualmente nel 1825 sul pendio meridionale del Dos Caslìr nei pressi di Cembra, fin dal momento del ritrovamento per la presenza sull’orlo e sul manico di iscrizioni apparentemente in alfabeto etrusco, interpretate come dediche alla divinità dionisica, venne indicata come etrusca. Da tempo gli archeologi affermano di non trattarsi di un manufatto importato, ma di un oggetto prodotto nelle officine metallurgiche dell’arco alpino operanti fra la valle dell’Adige ed il bacino del Piave.

Le incisioni in alfabeto retico, una variante di quello etrusco, sono interpretate dai glottologi come una dedica alla divinità da parte di due persone, Velxanu Lupnu e Pitiave Kusenkus. (Storia regionale della vite e del vino in Italia. Trentino 2012 Fondazione Mach).

Con la diffusione a partire da V-IV secolo a.C. di zappe, vomeri, falcetti, asce, sgorbie, fenditoi e lisciatoi arnesi per lavorare legni curvi e quindi anche doghe per botti, che Plinio nel suo Naturalis Historia del i sec. d.C. ci dirà fabbricate e utilizzate “circa Alpes” solitamente in legno di abete, ci dà prova dell’introduzione della vite nella nostra regione e di una conseguente attività enologica.

Durante l’età romana nella vasta letteratura latina non si trovano specifiche menzioni circa l’uva ed il vino trentini.

La nostra regione doveva verosimilmente essere ricompresa nel vasto e geograficamente poco precisato territorio, che Plinio dice avere il centro in Verona.

Territorio celebrato per la produzione di uva raetica e vino raeticum, assai rinomati che finivano sulla tavola degli imperatori (Svetonio), ma che nulla o poco avevano a che vedere con la Raeti provincia augustea a nord delle alpi, l’attuale Austria.

Con l’apertura della via Claudio Augusta operata da Druso ad iniziare dal 15 a.C. e conclusa nel 47 d.C. da suo figlio l’imperatore Claudio i transiti di vino in importazione ed esportazione aumentarono notevolmente.

La tradizione vitivinicola affidata alla lavorazione di terreni particolarmente vocati si consolida durante tutta l’età romana.

Con l’editto di Domiziano nel 92 d. C. che vietava l’impianto di nuovi vigneti nella penisola e imponeva la loro soppressione nelle provincie si aprirono ai vini trentini nuovi mercati verso il nord Europa che continuarono per tutto il medioevo dove la vite era coltivata nei monasteri.

Un esempio è il convento agostiniano di San Michele all’Adige fondato nel 1145.

In tempi più recenti i vini da Schiava, Teroldego e Marzemino venivano apprezzati nelle corti europee.

Mozart inserisce nella celebre scena del banchetto del Don Giovanni il vino Marzemino. “Leporello versa il vino, eccellente Marzemino!”(Don Giovanni 1787 Mozart).

Con la comparsa in Europa nella prima metà dell’ottocento di oidio, fillossera e peronospora, la dieta regionale tirolese di Innsbruck nel 1874 deliberò di attivare a San Michele all’Adige, nel monastero agostiniano che nel frattempo aveva acquistato, una scuola agraria con annessa stazione sperimentale, per la rinascita e miglioramento della viticoltura dell’impero.